LA LEGGENDA DI DEFUK – video

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Gli Hohenstaufen a Montefiascone. Il Cardinale Raniero Capocci da Viterbo. La pergamena di Federico II di Svevia dell’8 settembre 1234.

Gli Hohenstaufen a Montefiascone. Il Cardinale Raniero Capocci da Viterbo. La pergamena di Federico II dell’8 settembre 1234.

Nel Medio Evo, il controllo politico militare di Montefiascone era determinante nel perenne conflitto tra impero e papato, in virtù della straordinaria importanza strategica della cittadina. Sin dai tempi di Federico I gli Hohenstaufen tenevano il territorio di Montefiascone in grande considerazione. Anche il figlio del Barbarossa, Enrico VI di Svevia, considerava la fortezza di Montefiascone il sito naturale per governare il territorio circostante. Suo fratello Filippo I, Duca della Tuscia, qui aveva stabilito la sua sede. In seguito alla morte dell’imperatore “papa Innocenzo III cercò di assicurarsene il possesso, rallegrandosene quando lo ottenne nel 11981, e affrettandosi a farselo riconoscere dalla corte di Palermo2. Nel 1203 Innocenzo III inviò a Montefiascone come castellano un suo parente, dichiarando, nella lettera di nomina, la posizione eminente che aveva nel governo papale della Tuscia3” . Lo storico tedesco Werner Goetz, titolare di storia medievale presso l’Università di Erlagen (Norimberga), considerato uno dei maggiori esperti tedeschi di storia italiana medievale, in una sua pubblicazione: “Da Pavia a Roma attraverso Lucca, San Gimignano, Siena, Viterbo”, 4 ipotizza che San Flaviano in Montefiascone sia stata la cappella di una fortezza sveva. Quest’ultima ipotesi, inizialmente contestata e non presa in considerazione (forse un po’ troppo frettolosamente)5, è invece coerente con quanto riscontrato e pubblicato qualche anno dopo dalla rivista “Quellen und Forschungen”, prestigiosa ed autorevolissima pubblicazione annuale a cura dell’Istituto Germanico di Roma, (specializzata nello studio e l’approfondimento di pagine storiche che riguardano la Germania e l’Italia dal Medio Evo fino ai giorni nostri). In un editoriale riguardo il volume 198 del fondo Garampi dell’Archivio Segreto Vaticano, si dimostra, documenti alla mano, che un diploma del 1185 emanato a favore di Montefiascone da Federico Barbarossa, per vari motivi ritenuto un falso, sia stato invece autentico, e che Montefiascone era effettivamente la sede di un castellano imperiale, nonché il capoluogo del distretto amministrativo più a sud del regno degli svevi nell’Italia Centrale6. Detto questo, è abbastanza evidente che le testimonianze documentali su questa porzione di Medio Evo relative al dominio degli svevi a Montefiascone risultano spesso annacquate. Considerato che questa sorta di “amnesia” riguarda addirittura la presenza “fisica” del personaggio sicuramente più carismatico non solo della famiglia sveva, ma dell’intera storiografia medievale, Federico II Hohenstaufen di Svevia, è forte il sospetto che anche a Montefiascone si sia esercitata nei confronti dello “Stupor Mundi”, e di tutti i suoi collaterali, per cancellarne e ridimensionarne il ricordo, quella spietata pratica di manipolazione e decontestualizzazione della memoria storica nota come Damnatio Memoriae. Alla morte dell’imperatore, nel 1250, papa Innocenzo IV festeggiò l’evento con parole di giubilo, in una lettera piena di commenti sprezzanti nei confronti dell’imperatore, indirizzata al clero e al popolo del regno di Sicilia 7. Altri, come Giovanni Villani8, raccontarono che ad uccidere Federico II non fu la malattia, ma l’ambizioso figlio Manfredi. Diffondere la notizia della morte per mano del proprio figlio, il più amato, era evidentemente considerato un contrappasso . L’antico avversario era morto, ma non poteva essere perdonato. Guai a chi osava mettersi contro la chiesa ed il papa. Gli ultimi anni di vita di Federico II dovettero essere molto difficili, tra sconfitte militari, scomuniche papali e defezioni di comuni tradizionalmente a lui fedeli. L’ipotesi che ci possa essere stata una particolare ferocia nel tentativo di cancellare la memoria storica degli Staufen nella Tuscia prende ulteriormente consistenza considerato che uno dei più spietati avversari dell’imperatore fu un viterbese, il Cardinale Raniero Capocci, con cui Federico ebbe a che fare sia sul piano militare che su quello della ideologia: le doti di stratega del cardinale furono determinanti nella sconfitta che i viterbesi inflissero alle truppe dell’imperatore del 1243, (evento che segnò probabilmente l’inizio della fine per le sorti di Federico II), e non meno feroce Raniero Capocci si comportò per quanto riguarda la propaganda: strettissimo collaboratore di Gregorio IX, sicuramente influenzò la stesura del testo della bolla di scomunica del 1239 e del successivo manifesto pubblicato subito dopo.9 In seguito all’elezione di Innocenzo IV, convinse anche il nuovo papa, che inizialmente voleva perseguire una politica di pacificazione, ad adottare la sua intransigente linea politica nei confronti di Federico II. Il cardinale promosse, attraverso la diffusione di due libelli intitolati “Aspidis ova “ e ”Iuxta vaticinium Ysaie”, un’accanita propaganda contro l’imperatore, per far fallire ogni possibilità di compromesso. I suoi testi, incentrati sul profetismo escatologico, sfruttavano la diffusa paura dell’imminente fine del mondo (che alcuni interpreti di Gioacchino da Fiore avevano collocato nel 1260), ed erano di una durezza inaudita: “Se il papa (Gregorio IX) era stato il primo a inserire Federico II in una cornice apocalittica, gli scritti di Ranieri da Viterbo, zeppi di ogni orrore profetico-apocalittico, dimostrano che lo Staufen era davvero il precursore dell’Anticristo” (Kantorowicz, 1976, p. 591).

Le cose non erano però sempre andate così, anzi… Il suo giudizio nei confronti di Federico II fu, nei primi anni, molto positivo: come Gregorio IX, anche il cardinale giunse a definire la maestà soprannaturale dell’imperatore e il suo carattere angelico, che lo elevava al rango di “un secondo cherubino in segno della somiglianza con il Figlio unigenito”.

A questo punto ritorniamo alle vicende di Montefiascone: nel 1234, il senato romano capeggiato dal potente nipote di Onorio III, Luca Savelli, dichiarò che il patriomonium di San Pietro apparteneva alla città di Roma. Papa Gregorio IX fu costretto ad allontanarsi, non prima di emettere un anatema nei confronti del senatore, ottenendo però l’effetto di inferocire ancora di più i romani. A questo punto Gregorio IX affidò al cardinale Raniero Capocci la “defensio patrimoni beati Petri”, e chiese aiuto ai sovrani cattolici d’Europa. In questo frangente anche Federico II portò soccorso al papa, che ricambiò il favore scomunicandogli il figlio, Enrico VII di Germania, che si era alleato con i comuni della Lega Lombarda contro il padre, permettendo così all’imperatore di agire contro di lui e contro i principi tedeschi che si erano ribellati sotto la guida del figlio dello Staufen.10Le truppe pontificie di stanza a Rieti si ricongiunsero con quelle imperiali ed in pochi mesi ottennero una vittoria definitiva, (battaglia di Viterbo, 8/10/1234), infliggendo ai romani pesanti perdite. Federico II, nel frattempo aveva stabilito il proprio quartier generale a Montefiascone11. In questo periodo di permanenza a Montefiascone, (Agosto-Settembre 1234), l’imperatore, che tra l’altro pare si cimentasse spesso nella caccia al falcone, emise diversi atti amministrativi di una certa importanza, la cui eleganza formale fa ritenere che a Montefiascone operasse la cancelleria imperiale al completo.12 Con uno di questi atti in particolare, in data 8 settembre 1234 , Montefiascone fu il palcoscenico di un evento di rilevanza storica assoluta, in quanto con questo documento Federico II ridimenzionava,13 il valore di precedenti atti stipulati dal papa con il re di Francia in seguito alle conseguenze della Crociata Albigese contro il Catarismo.Si tratta di una donazione a Raimondo VIII Poiters, Conte di Tolosa, del Contado Venassino. Questo documento, conservato presso gli Archivi Nazionali del Ministero della Cultura francese, con sigillo d’oro, oltre ad essere dal punto di vista storico/politico importantissimo, è probabilmente uno dei documenti meglio conservati a firma dell’imperatore giunti ai giorni nostri… seppure noto in quanto documentato in varie circostanze, è l’ennesimo documento/circostanza legata/o alla presenza degli svevi di cui ci si era dimenticati. Coincidenze o Damnatio Memoriae…?

Quinto Ficari

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1Historichen Studien – Das Testament Heinrich VI Versuch einer Widerlegung Von Fritz Gerlich dr. Phil. Berlin Verlag von Emil Ebering 1907.

2“Historia Diplomatica Fridirici Secundi”. Tomus I Huillard-Bréholles P.L. N 1852.

3“Studi su Innocenzo III” A. Maccarone, Ed Antinore, 1972 – P.L. Regesta INN. III, I, 544.

4 Du Mont , Monaco di Baviera, 1972.

5 “San Flaviano cappella di una fortezza sveva?” Biblioteca e Società. G.Breccola. Viterbo, vol XL, settembre 2000.

6“Quellen und Forschungen”, a cura dell’Istituto Germanico di Roma 65/1985.

7Epistolae saeculi XIII, III, nr 32, p.24

8“Nuova Cronica”. Giovanni Villani, I, cap. VI, 41, pp. 331-332

9“Federiciana” Treccani 2005 Tommaso di Carpegna Falconieri.

10“Storia della città di Roma nel Medio Evo”F.Gregorovius, Antonelli e Basadonna, 1874.

11 “Cronica” Niccolò della Tuccia, Tomo 1, pag.15 -16.

12N.d.A. : Della cancelleria imperiale di Federico II faceva parte anche un Von Tanne Waldburg, Enrico di Tanne, parente di Federico di Tanne, il vassallo imperiale di Filippo I Hohenstaufen morto in battaglia a Montefiascone nel 1197 in seguito agli scontri che si scatenarono con il diffondersi della notizia della morte di Enrico VI di Svevia. “ Cancelleria dell’Impero” Federiciana 2005 .

13 “Sovranità del Papa sulla città di Avignone e Contado Venessino “,G.M. Parascandalo, J.S. Maury, Editore Giovanni Zempel, 1791, pag.28.

Istoria della città di Avignone e del contado Venesino” Castrucci , Venezia 1678.

PIETRO CAPOCCI (Da TRECCANI.it)

di Agostino Paravicini Bagliani

CAPOCCI (Caputius, Capucius, Caboche, Capote, de Capociis), Pietro. – Nacque dal ramo dei Monti della prestigiosa famiglia romana dei Capocci, che in poco più di un secolo si era elevata fra le più potenti dell’Urbe, tanto da potersi imparentare con i Cenci, i Colonna, i Papazzurri, gli Orsini e gli Annibaldi. Suoi genitori furono Giacomo, proconsole romano nel 1254, e Vinia, che la tradizione storiografica attribuisce alla famiglia Orsini.

Nessuna notizia illustra il periodo di formazione del C., il luogo e l’iter dei suoi studi e le prime tappe della sua carriera ecclesiastica. È lecito presumere che sia nato intorno all’anno 1200, in quanto, il 7 genn. 1222 (Pressutti, n. 4078), il C. porta già il titolo di canonico di S. Pietro a Roma, che conserverà fino almeno alla creazione cardinalizia, perché così figura ancora nel 1243 (Potthast, n. 11075) in una lettera dei cardinali presenti al conclave per l’elezione del successore di Celestino IV. Sulla sua cultura la nostra documentazione si limita ad una frase stereotipa di Innocenzo IV (“vir utique scientia preditus”, Les registres d’Innocent IV, n. 2968), di scarso rilievo in questo contesto, e al titolo di “magister”, che il C. porta per la prima volta nel 1243 e dunque abbastanza tardi: quasi fosse un puro titolo onorifico. Ai legami di consanguineità con Onorio III – lo stesso pontefice vi si richiama sovente nelle sue lettere – il C. deve, con ogni probabilità, la sua rapida ascesa curiale. Fu Onorio III a concedergli cospicui proventi da vasti possedimenti del Patrimonio pontificio, situati a Tuscania, Orte, Amelia, Nepi, Civita Castellana e Gallese, e a confermargli le prebende della chiesa inglese di Guilden Morden nel Cambridgeshire, attribuitegli dal vescovo di Norwich, il romano Pandolfo Savelli. Nell’ultimo anno del pontificato di Onorio III lo troviamo in Curia titolare dell’ambita funzione di “hostiarius papae”, che lo metteva a contatto diretto con il pontefice.

Il C. fu uno dei primi chierici italiani, di provenienza curiale ad entrare in possesso di un beneficio ecclesiastico inglese. In mancanza di documentazione non è possibile confermare la pur suggestiva ipotesi del Jadin, secondo la quale il futuro cardinale avrebbe ricevuto quel “personatus” in riconoscimento dei servizi resi al vescovo di Norwich durante la sua lunga legazione inglese degli anni 1218-1221.

Non attendibile è poi la notizia, riferita da quasi tutti i biografi del C., secondo cui egli nel 1231 avrebbe preso parte, per volontà di Gregorio IX, alla repressione dei ribelli romani riconquistando l’Ager Sabinus e altre parti del Patrimonio. Tale notizia risale allo Bzovius (Annales ecclesiastici, XIII, Coloniae Agrippinae 1621, p. 397), il quale aveva male interpretato un passo della biografia di Gregorio IX del Platina (Historia de vitis pontificum Romanorum, Coloniae 1568, p. 218). Essa non trova conferma in nessuna fonte contemporanea, né documentaria né cronistica.

Per motivi a noi sconosciuti, e passati sotto silenzio dalle fonti contemporanee, il C. cadde in disgrazia presso Gregorio IX, che lo costrinse persino a rinunziare alla prebenda inglese. La sua riabilitazione fu decisa nel 1243, negli ultimi mesi della lunga vacanza papale, dai cardinali riuniti in conclave (Potthast, n. 11075). Fu forse il cardinale Sinibaldo Fieschi l’ispiratore di questo capovolgimento della posizione del Capocci. Sta di fatto che Innocenzo IV, nella sua prima promozione cardinalizia del 28 maggio 1244, lo creò, a Roma, cardinale diacono di S. Giorgio in Velabro, affidandogli un titolo che era appartenuto fino al 21 marzo 1242 al cardinale Pietro Capuano. Già fin dall’inizio del suo cardinalato, il C. fu intimamente associato alla politica di papa Fieschi. Tra i due doveva regnare infatti un’identità di vedute sui problemi del governo centrale della Chiesa: il C. sarà in ogni momento della sua azione politico-religiosa fedele esecutore delle direttive innocenziane. Durante la sua fuga precipitosa da Roma verso Lione, città prescelta come sede del concilio, papa Innocenzo IV si fece accompagnare anche dal nuovo cardinale romano, il quale, a Genova il 27 sett. 1244, sottoscrisse per la prima volta in calce ad un privilegio innocenziano (Potthast, n. 11459).

Secondo una inveterata tradizione storiografica (Ciaconius-Oldoinus, II, p. 177; Cardella, I, 2, p. 276), il C. sarebbe stato nominato da Innocenzo IV arciprete di S. Maria Maggiore prima dell’inizio del primo concilio di Lione (28 maggio 1245). Questa funzione non viene menzionata però in nessun documento contemporaneo: quattro lettere del registro di Innocenzo IV – fonte alla quale ricorsero in genere gli autori degli antichi cataloghi dei cardinali – sono indirizzate ad un arciprete di S. Maria Maggiore (Les registres d’Innocent IV, nn. 96, 3364, 3449 e 7894), ma in esse il nome del titolare manca. Le relazioni tra il C. e la basilica liberiana sono, peraltro, attestati: in questa chiesa il C. aveva fatto costruire la cappella di S. Barbara, forse per esservi sepolto, come infatti avvenne dopo la sua morte.

Il 15 marzo 1247 Innocenzo IV, munendolo di ampi poteri, nominò il C. legato a latere in Germania, Danimarca, Pomerania e Polonia, con il compito di predicare la crociata contro Federico II e di trovare una soluzione politica alla situazione che si era venuta a creare dopo la morte (17 febbr. 1247) del langravio di Turingia Enrico Raspe, che l’opposizione antifedericiana aveva eletto re dei Romani il 22 maggio 1246. Nel mese di settembre 1247 il legato presiedette a Neuss, una cittadina nelle vicinanze della imperiale Colonia, un sinodo provinciale, che non riuscì però né a riunire tutti i rappresentanti dell’alto clero tedesco, né a risolvere la questione della corona reale. La posizione del C. fu intransigente e rivolta all’accettazione incondizionata del punto di vista curiale da parte dei vescovi convenuti in assemblea. Il sinodo di Neuss si trasformò in una Dieta nei primi giorni di ottobre, allorché nella vicina città di Wörringen, tra Colonia e Neuss, si procedette, con la partecipazione di principi elettori laici e con l’assenso di altri grandi feudatari, all’elezione (3 ottobre) del conte di Olanda Guglielmo. L’influenza del legato fu qui decisiva, e Innocenzo IV si affrettò ad inviare la sua autorevole approvazione. Il 1º nov. 1248, dopo circa un anno di costanti sforzi, ebbe luogo ad Aquisgrana l’incoronazione del neoeletto re dei Romani. Sul piano più strettamente religioso, l’attività del legato fu altrettanto vigorosa ed audace. Nello spazio di un solo biennio, il C. rafforzò in quelle regioni l’autorità papale e curiale emanando importanti statuti; disciplinando le varie forme di vita conventuale e monastica; ripristinando l’antica prassi canonicale; intervenendo con sentenze arbitrali in delicati conflitti giurisdizionali e sostituendo nelle diocesi tedesche i fautori della causa imperiale con prelati più sensibili all’orientamento antifedericiano della Curia romana. Da questo angolo visuale, la sua legazione, che si protrasse fino almeno al 2 nov. 1248, fu coronata da successo.

Il 7 apr. 1249 Innocenzo IV, interrompendo un breve periodo di soggiorno curiale del C., che nel frattempo era rientrato a Lione, lo investì di una nuova missione politica di primaria importanza per i suoi piani politico-militari nell’Italia centrale e meridionale. Dapprima lo nominò legato per il Regno di Sicilia con i più ampi poteri e nel contempo gli affidò il rettorato delle quattro province dello Stato pontificio, la Marca d’Ancona, la Sabina, la Campagna e Marittima e il ducato di Spoleto. Le prerogative rettoriali furono poi trasformate in legatizie, tra il 15 e il 17 aprile. Dal C. dipendeva ormai la suprema direzione della lotta contro Federico II in quelle province dello Stato pontificio. Dopo una prima vittoria sul fiume Aso, riconquistò Civitanova e Osimo, ma subì poco dopo una grave sconfitta, perdendo più di 2.000 uomini. Riuscì a ricostituire un nuovo esercito, ricorrendo soprattutto alle milizie cittadine, non senza compensare i Comuni rimasti fedeli con numerosi e proficui privilegi. Nel 1250 dovette abbandonare successivamente Osimo, Cingoli, Fermo, Fabriano, Matelica, Macerata e Ascoli, città che erano state sottoposte a decisivi attacchi da parte delle truppe imperiali guidate da Guglielmo da Manopello. La strategia difensiva del C., di per sé coraggiosa, si rivelò infelice in questa occasione. Nel ducato di Spoleto l’autorità papale fu ristabilita dopo l’avvenuta ripresa di Foligno con truppe capeggiate da Giovanni di Arcione Capocci, nipote del cardinale e figlio di Arcione podestà di Osimo. Dopo la morte di Federico II (13 dic. 1250), il C., che era riuscito ad opporsi al disegno di Innocenzo IV di nominare rettori e vicari nelle province dello Stato pontificio per permettergli di dedicarsi maggiormente ai problemi del Regno di Sicilia, ristabilì con successo l’autorità papale in tutto lo Stato pontificio, le cui città, rimaste prive del sostegno imperiale, avevano chiesto di riconciliarsi con il Papato. Riservandosi una più ampia libertà di azione nel Regno di Sicilia, Innocenzo IV limitò per quelle regioni le prerogative del suo legato, il quale, stabilitosi alle frontiere del Regno, nella Marca d’Ancona, tentò di organizzare la rivolta delle città della Terra di Lavoro e della Puglia, ottenendo un indubbio successo. Su un piano più generale, la sua azione politica, rivolta alla ricuperazione dell’influenza papale sul Regno, non fu felice.

Il legato non poté pretendere di esservi riuscito in maniera soddisfacente e definitiva. La precaria situazione finanziaria in cui versava la tesoreria legatizia; lo stato disunito e indisciplinato delle truppe; l’impossibilità di impadronirsi dell’efficiente ordinamento statale del Regno di Sicilia, anche dopo la morte di Federico II; queste ed altre ragioni spiegano l’inevitabile insuccesso del C., al quale però non facevano difetto né l’abilità diplomatica, che era a tutti palese sin dalla sua prima legazione tedesca, né il grande coraggio militare.

Negli ultimi mesi del 1251 il C., dopo aver ultimato la sua legazione, fa ritorno in Curia. A Perugia sottoscrive di nuovo il 13 dicembre. Fino al 13 apr. 1253 si trattiene alla corte papale, accompagnando il pontefice nelle sue varie peregrinazioni nell’Italia centrale e agendo in qualità di “auditor” in innumerevoli “causae”, concernenti anche i territori da lui visitati nelle precedenti legazioni. Un ultimo incarico innocenziano, che prese inizio nell’aprile del 1254, lo investì dei più ampi poteri legatizi per le stesse regioni che gli erano state affidate durante la prima legazione, ossia la Germania, la Danimarca, Svezia, Pomerania e Polonia. Fu questo l’ultimo periodo di intensa attività politico-religiosa del C., durante il quale fu chiamato ad occuparsi soprattutto del conflitto che opponeva da tempo Guglielmo d’Olanda a Margherita di Fiandra. Il 24 luglio 1254 riuscì a Le Quesnoy a far concludere una tregua delle ostilità di tre mesi. Ad Anversa ottenne la ripresa delle trattative per la definitiva composizione del conflitto. Questa intensa attività diplomatica rientrava nel più ampio disegno di sostenere la politica del re dei Romani Guglielmo di Olanda e di impedire che gli venisse opposto un altro candidato alla corona germanica. Su questo piano, la legazione del C., svoltasi principalmente tra Anversa, Cambrai, Liegi e Colonia, può essere considerata pienamente riuscita. In Curia lo ritroveremo solo nel luglio 1255, durante il pontificato di Alessandro IV, alla cui elezione il C. non aveva potuto prendere parte, e con il quale non ebbe particolari rapporti di amichevole collaborazione. La sua influenza fu, in questi ultimi anni di cardinalato, meno preponderante; la sua attività più moderata.

In quindici anni di cardinalato il C. aveva assunto nella sua “familia” o corte cardinalizia un folto gruppo di persone. Se per i familiari chierici, che portano i titoli di camerarius,capellanus,clericus,clericus camerae, la situazione documentaria si è rivelata abbastanza generosa, scarse sono le notizie finora riscontrate riguardo alla composizione della parte laica della domus cardinalizia del Capocci. Ciò è dovuto forse allo smarrimento del suo testamento, che viene ricordato in una bolla di Urbano IV (Les registres d’Urbain IV, n. 150). Tra i suoi familiari eccelle Alberto Behaim o da Boehaming, autore di una nota raccolta cancelleresca papale e uno dei più celebri curialisti tedeschi della prima metà dei secolo XIII, la cui assunzione a cappellano cardinalizio deve esser messa in relazione con la seconda legazione tedesca del C. (1254-1255). Altri ecclesiastici di origine germanica risultano attestati nella cappella del C.: sono Gualtiero da Geroldseck e Corrado da Lichtenberg – che furono poi chiamati a dirigere la diocesi di Strasburgo, dal 1260 al 1263 il primo, dal 1273 al 1299 il secondo – ed Eberardo da Waldburg, che era stato eletto sin dal 1248 vescovo di Costanza.

Nel suo testamento il C. aveva ordinato ai suoi esecutori, i cardinali Odo da Châteauroux e Giovanni Gaetano Orsini, di far costruire nelle vicinanze di S. Maria Maggiore, con una buona parte della sua fortuna personale, un ospedale con chiesa e convento. L’ospedale, dedicato secondo le ultime volontà del C. a S. Andrea Apostolo (si chiamò in seguito “S. Andreas de Piscinula iuxta S. Mariam Maiorem”), fu ultimato solo dopo varie e complicate vicende finanziarie, nelle quali dovettero intervenire più volte Urbano IV e Clemente IV. Quest’ultimo fu in grado, nel 1265, di consegnare l’opera al primo rettore, il frater Sanguineus dell’Ordine di S. Antonio di Vienne.Le notizie a nostra disposizione sulla data di morte del C. non concordano del tutto. Esse possono essere ridotte a tre tradizioni, di poco divergenti l’una dall’altra: al 19 maggio la fissavano gli autori del Necrologium Adriense (a cura di Bindi, p. 240); al 20 maggio tre lapidi nelle chiese romane di S. Prassede, SS. Silvestro e Martino e S. Giorgio in Velabro, alle quali il cardinale aveva destinato alcuni suoi beni; al 21 maggio, infine, il Liber anniversariorum Basilicae Vaticanae. L’anno della sua morte fu senz’altro il 1259, data riportata dalle tre lapidi; la sua ultima sottoscrizione è del 30 aprile di quell’anno (Potthast, n. 17552). Nella sottoscrizione del 27 maggio 1259 il suo nome non compare già più (Urkundenbuch der Stadt Strassburg, I, Strassburg 1879, p. 331). Poiché nel mese di maggio del 1259 la Curia romana si trovava ad Anagni, è lecito presumere che il C. sia deceduto in quella città. Fu però sepolto nella basilica di S. Maria Maggiore, nella cappella di S. Barbara, che egli stesso aveva fatto costruire.

Fonti e Bibl.: Il cod. Corsiniano 1678 (34.E.19) del 1623 (Roma, Bibl. Corsiniana) conserva una ined. e autogr. Historia de gente Capocina di Giov. Vincenzo Capocci (m. nel 1625), che si era servito anche di documenti provenienti dall’archivio di famiglia. Pier Luigi Galletti (morto nel 1790) ne fece una copia, conservata nell’attuale Vat. lat. 7934; cfr. V. Forcella, Catal. dei manoscritti relativi alla storia di Roma nella Bibl. Vaticana, I, Roma 1879, p. 151; U. Balzani, Landolfo e Giovanni Colonna secondo un codice Bodleiano, in Arch. d. R. Soc. rom. di st. patria, VIII (1885), p. 236, e G. Silvestrelli, Castell’Arcione,ibid., XL (1917), pp. 144-149. L’albero genealogico del cod. Chigi G. VI. 164 (sec. XVII) deriva dallaHistoria suddetta. Importanti notizie cronistiche si troveranno in R. Malispini,Storia fiorentina, a cura di U. Follini, Firenze 1816, pp. 32 s.; Annales Ianuenses,in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XVIII, Hannoverae 1863, p. 214; Matthaeus Paris., Chronica Majora, a cura di H.-R. Luard, London 1872-1883, ad Indicem; F. Pagnotti, Niccolò da Calvi e la sua Vita d’Innocenzo IV con una breve introduzione sulla istoriogr. pontificia nei secc. XIII e XIV, in Arch. d. R. Soc. rom. di st. patria, XXI (1898), pp. 85-87. Documenti pontifici, imperiali, cardinalizi, ecc., in Regesta Honorii papae III, a cura di P. Pressutti, II, Romae 1895, nn. 4078, 6203 s.; Les registres d’Innocent IV, a cura di E. Berger, Paris 1884-1921, ad Indicem; Les registres d’Alexandre IV, a cura di C. Bourel de la Roncière – J. de Loye, Paris 1895-1959, ad Indicem (s.v. Petrus de Capua); Les registres d’Urbain IV, a cura di J. Guiraud, Paris 1899-1958, ad Indicem; Les registres de Clément IV,a cura di E. Jordan, Paris 1893-1945, nn. 347 e 1763; A. Potthast, Regesta pontificum Romanorum, Berolini 1874-74, ad Indicem; Epistolae saec. XIII e regestis pontificum Romanorum selectae, a cura di C. Rodenberg, in Mon. Germ. Hist., I-III, Berolini 1883-1894, ad Indices; F. Schillmann, Die Formularsammlung des Marinus von Eboli, I, Rom 1929, nn. 156, 280, 338, 363, 365, 715, 998, 1418, 1632; J. F. Böhmer-J. Ficker-E. Winkelmann, Regesta Imperii,V Abteilung, Die Regesten des Kaiserreichs von 1198-1272, Innsbruck 1881-1901,ad Indicem (i nn. 1500, 1501, 2042, 7019, 7121, 8402, 8910 si riferiscono però al cardinale Pietro Capuano, che era anch’egli titolare di S. Giorgio in Velabro, morto nel 1242, e non al C.); J.-L.-A. Huillard-Bréholles, Historia diplom. Friderici secundi, Parisiis 1852-1861, ad Indicem; E. Winkelmann, Acta Imperii inedita saeculi XIII, I Innsbruck 1880, pp. 364, 447; II, ibid. 1885: pp. 723, 725; G. Ferri,Le carte dell’archivio liberiano dal sec. X al XV, in Arch. d. R. Soc. rom. di st. patria, XXVIII (1905), p. 37 n. 50; XXX (1907), pp. 119 n. 55, 141 n. 95; H. Nélis,Document falsifié relatif à l’origine des béguines, in Revue belge de philologie et d’histoire, III (1914), pp. 120-124 (falsificazione di un suo documento legatizio del 1254); D. P. Waley, Constitutions of the cardinal legate Peter C., July 1249, inEnglish histor. Review, LXXV (1960), pp. 660-664; W. Hagemann, Studien und Dokum. zur Geschichte der Marken im Zeitalter der Staufer, in Quellen und Forsch. aus ital. Arch. u. Bibl., XXXVII (1957), p. 126 n. 5; XLIV (1964), pp. 129 n. 7, 134 n. 10, 135 n. 11; XLVI (1966), pp. 93, 102, 178 n. 87. Indispensabili gli itinerari legatizi redatti dagli autori dei Regesta Imperii: III, p. 1549 e IV, p. 2150 (per gli anni 1247 e 1248); V, pp. CLIV-CLV (per gli anni 1249-1250); III, p. 1567 e IV, p. 2151 (per gli anni 1254 e 1255). L’itinerario curiale si desume dalla lista delle sottoscrizioni ai privilegi papali composta da Paravicini Bagliani, Cardinali di Curia, cfr. infra. Per le iscrizioni lapidarie romane v. V. Forcella, Iscrizioni delle chiese e di altri edifici di Roma, II, Roma 1873, p. 495 n. 1494 (S. Prassede; cfr. P. Fedele, Tabularium S. Praxedis, in Arch. d. R. Soc. rom. di st. patria, XXVII [1904], pp. 30 s., e G. Tomassetti, Della Campagna romana,ibid., XXIX [1906], p. 71 n. 20); IV, p. 6 n. 2 (SS. Silvestro e Martino); XI, p. 387 n. 597 (S. Giorgio in Velabro). Per i SS. Silvestro e Martino cfr. anche A. Silvagni, La basilica di S. Martino,l’oratorio di S. Silvestro e il titolo costantiniano di Equizio, in Arch. d. R. Soc. rom. di storia patria, XXXV (1912), p. 417 n. 15. Notizie necrologiche a noi note in Liber anniversariorum Bas. Vat., in Necrologi e libri affini della provincia Romana. Necrologi della città di Roma, a cura di P. Egidi, I, in Fonti per la storia d’Italia, XLIV, Roma 1908, p. 214; Necrologium Adriense, a cura di V. Bindi, inMonum. stor. ed artistici degli Abruzzi, Napoli 1889, p. 240; Bibl. Apost. Vat., Vat. lat. 7934: G. V. Capocci, Historia de gente Capocina, f. 57v. Una accurata descrizione del sigillo e dello stemma del C. in Regesta Imperii, V, n. 13769. Il suo testamento non si è conservato; lo ricorda però Urbano IV il 25 ott. 1262 (Guiraud 150). Cfr. anche il cod. Vat. lat. 7934, f. 57v. Notizie biografiche di A. Ciaconius,Vitae et gesta summorum pontificum cum notis ab Augustino Oldoino recognitae, II, Romae 1677, pp. 125-128; L. Cardella, Memorie storiche de’ cardinali della S. Rom. Chiesa I, 2, Roma 1792, pp. 276-278; F. Schirrmacher, Die letzten Hohenstaufen, Göttingen 1871 (cfr. in particolare a p. 590 l’ed. di una lettera del C. al Comune di Bologna sulla morte di Federico II); A. Adinolfi, Roma nell’età di mezzo, II, Roma, 1881, p. 192; L. Sorricchio, Il Comune atriano nei sec. XIII e XIV, Atri 1891, pp. 32-39; F. Savini, Sulla vera patria del cardinale P. C., inArch. st. ital., s. 5, XII (1894), pp. 95-98 (sull’origine romana del cardinale e contro il Sorricchio che lo riteneva, ingiustamente, atriano); J. Maubach, Die Kardinäle und ihre Politik um die Mitte des XIII. Jahrhunderts, Bonn 1902, pp. 22 s.; E. Winkelmann, Kaiser Friedrich II., II, Leipzig 1897, p. 290 (per i rapporti con l’imperatore); E. Jordan, Les origines de la domin. angevineen Italie, Paris 1909,ad Indicem (sulla legazione siciliana); L. Oliger, Due musaici con s. Francesco della chiesa di Aracoeli in Roma, in Arch. franc. hist., IV (1911), pp. 250 s. (sul padre del C.); C. Eubel, Hierarchia cath., I, Monasterii 1913, p. 7, n. 10; T. Amayden, La storia delle famiglie romane, a cura di C. A. Bertini, I, Roma (1910), pp. 255, 261; G. Biasiotti, La basilica di S. Maria Maggiore di Roma prima delle innovazioni del secolo XVI, in Mélanges d’archéologie et d’histoire, XXXV (1915), pp. 15-40; F. 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Franceschini, Origine e stile della bolla“Transiturus”, in Aevum, XXXIX (1965), p. 218-243; A. Paravicini Bagliani,Cardinali di Curia e“familiae”cardinal. dal1227 al 1254, Padova 1972, I pp. 300-313 (per la ricostruzione della “familia” o corte cardinalizia).

RANIERI DI VITERBO (CARDINALE RANIERO CAPOCCI) DA : TRECCANI.IT

RANIERI DI VITERBO

Federiciana (2005)

di Tommaso di Carpegna Falconieri

RANIERI DI VITERBO. – Nacque verosimilmente nel penultimo decennio del sec. XII, da una famiglia dotata di estesi possedimenti a Viterbo e nel suo contado.

Il ruolo ricoperto da R. nell’ascesa del proprio lignaggio fu talmente rilevante da portare i suoi discendenti immediati a scegliere il cognome eponimo de Cardinale. Dopo alcune generazioni, la famiglia (da non confondere con l’omonima casa romana) stabilizzò il proprio cognome in ‘Capocci’, cosicché il personaggio è anche noto come Ranieri Capocci.

Monaco cistercense (ma non sappiamo se, come tramandano alcune fonti, egli fosse stato abate delle Tre Fontane), studiò ars dictandi, divenendo abile scrittore e maestro; entrò nella cancelleria pontificia come notaio e fu creato cardinale diacono di S. Maria in Cosmedin da Innocenzo III negli ultimi mesi di pontificato (marzo-aprile 1216). Come cardinale, egli sottoscrive le epistole pontificie dal 13 aprile 1216 al 26 aprile 1244.

Appena promosso al cardinalato, R. fu inviato come legato in Lombardia per obbligare alla pace le città di Milano e Piacenza, ancora schierate con Ottone IV. Tuttavia la sua azione politica ebbe come oggetto prevalente il territorio del Patrimonio di S. Pietro, da poco ‘recuperato’ alla Chiesa romana, ma di fatto conteso tra il papa, l’imperatore, il comune di Roma e il comune di Viterbo. I pontefici apprezzarono l’azione di un cardinale originario del Patrimonio e appartenente all’Ordine cistercense, dotato di grandi capacità militari e di rigore morale, in grado di fronteggiare tanto le pretese di sovranità imperiale, quanto il diffondersi dell’eresia catara, che proprio a Viterbo aveva messo solide radici. Non stupisce, dunque, che il cardinale avesse potuto esercitare, in più occasioni, un potere quasi incontrastato.

Nel 1220 assunse il titolo ‒ appena creato ‒ di rettore del ducato di Spoleto ed estese l’autorità della Chiesa su tutta l’Umbria. Nel 1222 sfuggì a un attentato a Foligno; poco dopo ebbe occasione di contestare l’operato del comandante imperiale Gunzelino di Wolfenbüttel, che nell’aiutare Viterbo contro Roma in occasione del conflitto per Cencelle, esercitava sul territorio indebiti atti di sovranità. Pochi mesi dopo, avendo lo stesso personaggio cacciato alcuni magistrati e imposto il giuramento a una serie di comuni umbri, egli lo scomunicò, obbligando Federico II a prendere le distanze dall’operato del suo vassallo. Risalgono a quello stesso periodo i buoni rapporti instaurati tra il cardinale e Ugolino d’Ostia, il futuro Gregorio IX.

Nel periodo 1226-1233, essendo vacante la sede vescovile di Viterbo-Tuscania, R. fu amministratore apostolico della diocesi, e tornò ad esercitare tale carica nel 1243. Il suo interessamento per le fondazioni ecclesiastiche fu costante. Il cardinale si rivolse soprattutto a proteggere l’Ordine dei Predicatori (R. incontrò Domenico nel 1219 e fece edificare la chiesa viterbese di S. Maria in Gradi nel 1227) e i Cistercensi, che nel 1238 e nel 1239 inserirono il suo nome nella preghiera anniversaria dell’intero Ordine. La frequentazione culturale di certi ambienti monastici avrebbe influenzato profondamente il suo pensiero, inducendolo ad abbracciare le suggestioni gioachimite e a pensare i fatti contemporanei in termini escatologici e apocalittici. Insieme e accanto a ciò, è noto come R. coltivasse anche un vivace interesse per le discipline matematiche e intrattenesse rapporti con Leonardo Fibonacci (v.).

Il suo giudizio nei confronti di Federico fu, nei primi anni, molto positivo: come Gregorio IX, anche R. giunse a definire la maestà soprannaturale dell’imperatore e il suo carattere angelico, che lo elevava al rango di un secondo cherubino in segno della somiglianza con il Figlio unigenito. Era il carattere angelico che lo stesso Federico avrebbe rivendicato dopo il trionfo a Gerusalemme. Nel periodo della prima rottura tra il papa e l’imperatore (1227-1230), R. non assunse posizioni nette, rimanendo ad agire prevalentemente in Curia. Quando compare nuovamente sulla scena politica con incarichi rilevanti, egli è a fianco dell’imperatore. Nell’agosto 1234, infatti, R. si trovava, come rettore del Patrimonio di S. Pietro, al comando delle truppe pontificie e viterbesi contro Roma. Trattando a Rieti con l’imperatore, lo convinse a unirsi a lui per porre l’assedio alla rocca di Rispampani. L’imperatore abbandonò il campo in settembre, lasciando tuttavia al cardinale un contingente di armati. L’8 ottobre fu combattuta una furiosa battaglia tra l’esercito pontificio, composto di imperiali e viterbesi al comando del cardinale, e l’esercito romano, che si era portato fin sotto le mura di Viterbo. I romani, duramente battuti, furono inseguiti fino a poche miglia da Roma, mentre R. si guadagnò la fama di valente uomo di guerra. Seguì la pace, conclusa nel marzo 1235 a tutto vantaggio di Viterbo e del cardinale.

Con il passare degli anni, l’interpretazione politica dell’operato dell’imperatore si fece sempre più simile a quella di Gregorio IX. Anzi, essendo egli divenuto uno strettissimo collaboratore del pontefice, appare a volte difficile stabilire se la posizione assunta da Gregorio IX in certe occasioni non sia stata suggerita proprio dal cardinale. Così è del testo della bolla di scomunica del 1239 e del manifesto pubblicato subito dopo contro l’imperatore, in cui fu fissata la linea della polemica futura, fondata sull’idea dominante di fine dei tempi.

Nel 1241, dopo la morte di Gregorio IX, R. sopportò il duro conclave imposto ai cardinali da Matteo Rosso Orsini (v.), fino all’elezione di Celestino IV (25 ottobre 1241). Morto il nuovo papa dopo pochi giorni, si aprì un lungo periodo di sede vacante, durante il quale R. rimase a capo dei cardinali intransigenti e nemici dell’imperatore. Dopo l’elezione di Innocenzo IV (25 giugno 1243), R. non volle in alcun modo seguire la linea di compromesso e pacificazione adottata dal papa nei primi tempi del suo pontificato. Anzi, essendo egli molto potente sia sul versante politico sia su quello militare, fu in grado di perseguire una propria politica. Ilcasus fu offerto, naturalmente, da Viterbo, che nel novembre 1243 insorse contro gli imperiali che la governavano. I viterbesi obbligarono la guarnigione e il vicario imperiale, Simeone conte di Chieti, a rinchiudersi nella rocca di S. Lorenzo, e fecero entrare in città il cardinale R., che aveva coordinato e deciso l’operazione. Gli insorti rinnovarono la fedeltà a papa Innocenzo IV e, cosa nuova, pur di andare contro l’imperatore si allearono anche con il loro nemico di sempre, cioè il comune di Roma. La notizia dei fatti di Viterbo raggiunse Federico II a Melfi. L’imperatore radunò l’esercito e, “come un turbine di vento che corre da nord, avvolto nel fuoco dell’ira” (come scrisse R. nel libello Iuxta vaticinium Ysaie, in Acta Imperii inedita, p. 711), si precipitò sulla città. Ma i viterbesi si erano attestati saldamente, cosicché l’assalto, al quale prese parte l’imperatore in persona, non riuscì. Allora la città fu posta sotto assedio, ma accadde che le pesanti torri mobili si incendiassero. Il papa, considerando che la questione di Viterbo gli sfuggiva di mano e avrebbe potuto far deflagrare la guerra, inviò come legato il cardinale Ottone di S. Nicola in Carcere, il quale convinse i viterbesi a sottoscrivere la pace. Ma subito dopo avere liberato la guarnigione imperiale, che aveva caparbiamente tenuto la rocca, i viterbesi, si disse incitati da R., piombarono sui soldati e li massacrarono. Questa vicenda scosse profondamente l’animo dell’imperatore, che ne scrisse in toni rammaricati al cardinale Ottone, discolpandolo insieme al papa, per poi infuriarsi e invocare che, anche dopo morto, il suo corpo potesse levarsi per distruggere Viterbo. Il papa, invece, non prese rilevanti misure contro la città, che subì solamente una pena pecuniaria. Il controllo di Viterbo fu lasciato interamente al cardinale R., che fu nominato legato.

Quando Innocenzo IV, insieme a molti cardinali, prese la via di Genova per fuggire in Francia (giugno 1244), R. rimase in Italia come vicario nel Patrimonio di S. Pietro, nel ducato di Spoleto e nelle Marche, e come legato in Toscana, con l’incarico di difendere i domini della Chiesa. Nel corso dell’anno, provvisto di pochi mezzi, egli riuscì a tenere saldamente Roma, Viterbo e Perugia.

La pace con l’imperatore era possibile: nell’aprile 1245 si andavano radunando a Lione i prelati che vi avrebbero tenuto il concilio, mentre Federico II aveva lasciato la Puglia per indirizzarsi alla volta di Verona e convocarvi una dieta. Risalendo l’Italia, Federico non poté esimersi dal passare nel territorio di Viterbo e dal devastarne il contado. Il patriarca di Antiochia, che si adoperava per la pace, chiese che le ostilità fossero sospese, per non compromettere le trattative in corso e per poter sciogliere l’imperatore dalla scomunica. Allora Federico si fermò. Ma R., considerandosi sempre più “l’erede politico di Gregorio IX” (Kamp, 1975, p. 613), promosse, attraverso la diffusione di due libelli intitolati Aspidis ova e Iuxta vaticinium Ysaie, un’accanita propaganda contro l’imperatore, per far fallire ogni possibilità di compromesso. I suoi testi, incentrati sul profetismo escatologico, sfruttavano la diffusa paura dell’imminente fine del mondo (che alcuni interpreti di Gioacchino da Fiore avevano collocato nel 1260), ed erano di una durezza inaudita: “Se il papa [Gregorio IX] era stato il primo a inserire Federico II in una cornice apocalittica, gli scritti di Ranieri da Viterbo, zeppi di ogni orrore profetico-apocalittico, dimostrano che lo Staufen era davvero il precursore dell’Anticristo” (Kantorowicz, 1976, p. 591). L’imperatore, un tempo definito dallo stesso cardinale “un secondo cherubino”, era ormai divenuto l’angelo caduto: ogni sua azione veniva reinterpre-tata come diabolica. Lo scopo era quello di eccitare gli animi dei prelati che si sarebbero riuniti al I concilio di Lione (v.), e in effetti i suoi scritti ebbero un effetto possente, mutando gli animi un tempo favorevoli, tanto che il decreto di deposizione dell’imperatore, emanato il 17 luglio 1245, è da considerarsi molto influenzato da essi.

È altresì probabile che un libello del cardinale, in cui Federico è descritto come l’assassino delle sue tre mogli precedenti, fosse stato consegnato a Gertrude, la giovane figlia ed erede del duca d’Austria, che doveva sposarlo e che, spaventata, all’ultimo momento si rifiutò di incontrare l’imperatore a Verona (estate del 1245).

Nella primavera del 1246, alcuni nobili e funzionari del Regno ordirono una congiura contro l’imperatore (v. Capaccio [1246], congiura di). Il papa e R. ne erano entrambi al corrente. In marzo il cardinale si mosse verso Foligno, in aiuto di un congiurato, ma fu sconfitto a Spello da Marino da Eboli, vicario imperiale di Spoleto, subendo gravi perdite. Il papa, per permettergli di intervenire ufficialmente al fianco dei rivoltosi, lo nominò, ma troppo tardi, legato nel Regno di Sicilia. Nel maggio 1247, mentre il cardinale si trovava a Roma, Viterbo tornò sotto il controllo imperiale e il palazzo di R. fu distrutto. Da quel periodo e fino al 1249, questi si mosse per recuperare l’Umbria e le Marche, riuscendo, con negoziati e con azioni militari, a riconquistare Spoleto (novembre 1247) e la maggior parte delle città marchigiane. Quando l’imperatore fece impiccare il vescovo Marcellino di Arezzo, che era stato rettore della Marca di Ancona ed era stato catturato durante la battaglia di Osimo (dicembre 1247), il cardinale diffuse un altro libello dai toni durissimi, riuscendo a scatenare forti reazioni antimperiali. Anche Iesi, la città natale di Federico, passò allora dalla parte pontificia.

Nell’estate 1249, R. fu richiamato a Lione, dove risiedeva la Curia, per essere sostituito nelle operazioni dal più giovane cardinale romano Pietro Capocci. Morì tra il marzo e il giugno 1250, molto probabilmente il 27 maggio. Il suo corpo fu sepolto a Cîteaux, mentre un monumento fu eretto nella chiesa di S. Maria in Gradi di Viterbo.

Fonti e Bibl.: Historia diplomatica Friderici secundi, VI, p. 406; Regesta Imperii, V, 1-3, Die Regesten des Kaiserreiches […], a cura di J.F. Böhmer-J. Ficker-E. Winkelmann, Innsbruck 1881-1901, nrr. 3565, 13570a; Acta Imperii inedita, II, nr. 1037, p. 709; A. Paravicini Bagliani, I testamenti dei cardinali del Duecento, Roma 1980, pp. 10 e 121 s. F. Fehling, Papst Gregor IX. und die römischen Kardinalen in den Jahren 1227-1239, Berlin 1901, passim; E. von Westenholz, Kardinal Rainer von Viterbo, Heidelberg 1912; P. Brezzi, Roma e l’Impero medioevale (774-1252), Bologna 1947, pp. 407, 419 s., 443, 453, 455; A. Paravicini Bagliani, Cardinali di curia e ‘familiae’ cardinalizie dal 1227 al 1254, II, Padova 1972, p. 419; N. Kamp,Capocci, Raniero (Raynerius de Viterbio, etc.), in Dizionario Biografico degli Italiani, XVIII, Roma 1975, pp. 608-616 (con ampia recensione di fonti e bibliografia); E. Kantorowicz, Federico II, imperatore, Milano 1976, pp. 158, 199, 337, 518, 584 s., 590 ss., 617, 619, 639, 641, 655, 693, 735; J.-C. Maire Vigueur,Impero e Papato nelle Marche, in Friedrich II. Tagung des Deutschen Historischen Instituts in Rom im Gedenkjahr 1994, a cura di A. Esch-N. Kamp, Tübingen 1996, p. 387; G. Giontella, Cronotassi dei vescovi di Tuscania, “Rivista Storica del Lazio”, 6, 1997, p. 23; S. Carocci, Il nepotismo nel medioevo. Papi, cardinali e famiglie nobili, Roma 1999, pp. 48, 66, 69, 73, 75; W. Maleczek,Zwischen lokaler Verankerung und universalem Horizont. Das Kardinalskollegium unter Innocenz III., in Innocenzo III. Urbs et Orbis. Atti del congresso internazionale, Roma, 9-15 settembre 1998, a cura di A. Sommerlechner, I, ivi 2003, pp. 160 s.; S. Menzinger, Viterbo ‘città papale’: motivazioni e conseguenze della presenza pontificia a Viterbo, in Papato itinerante. La mobilità della Curia pontificia nel Lazio (secoli XII-XIII), a cura di S. Carocci, ivi 2003, pp. 319 s., 325 s. C. Eubel, Hierarchia catholica Medii Aevi, I, Monasterii 1898, p. 4;Dictionnaire d’histoire et de géographie ecclésiastiques, XI, Paris 1949, coll. 877 s.

EST! EST!! EST!!! Die Legende von Defuk, dem Prälat der sich zu Tode soff und das Rätsel um Friedrich II von Hohenstaufen.

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Montefiascone ist sicherlich einer der schönsten Orte in Mittelitalien. Eine ruhige Kleinstadt mit 13.000 Einwohnern auf einem Berg über dem Bolsena See gelegen in der sich die Jahreszeiten abwechseln ohne das weltbewegende Ereignisse die Gemüter der Einwohner erschüttern. Das war jedoch nicht immer so. Es gab eine Zeit da verkehrten hier Leute die Geschichte gemacht haben und maßgeblich die Geschicke ihrer Zeit beeinflußt haben: Päpste, Kaiser, Heilige, Prediger, Heerführer und Glücksritter. Montefiascone war auch Schauplatz unerbittlicher Kämpfe zwischen “Guelfi e Ghibellini” (der Welfen- und der Stauferpartei, die Guelfi/Welfen unterstützen den Papst und die Ghibellini waren kaisertreu) und der kleine, an der Via Francigena gelegnen, Ort mit dem seltsamen Namen Montefiascone (schlecht als Weinflaschenberg übersetzt) war in aller Munde.

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Die Legende des Defuk

Die heutige Berühmtheit Montefiascones ist eng an die Legende eines gewissen, mysteriösen “Defuk” gebunden, dessen Geschichte den Wein, der seit Urgedenken um die Ortschaft herum angebaut wird, in der ganzen Welt berühmt gemacht hat. Den EST!EST!!EST!!!

Hier kurz die Legende: Als Heinrich V von Hohenstaufen sich im Jahre 1111 nach Rom aufmachte, um sich vom Papst seine Ernennung zum Kaiser bestätigen zu lassen, befand sich unter seinem Anhang ein gewisser Johannes Defuk, Mitglied der Bankiersfamilie Fugger aus Augsburg. Defuk war ein ausgesprochener Weinliebhaber und trug deshalb seinem Knecht Martin auf vorauszueilen, um auf dem Wege jedes Lokal mit einem außergewöhnlich gutem Tropfen im Ausschank mit einem EST am Eingang zu kennzeichnen. In Montefiascone war der Wein derart gut, daß der Knecht Martin gleich dreimal Est…..EST!EST!!EST!!! an die Türen schrieb. Herr Defuk blieb, vom Enthusiasmus getrieben in Montefiascone, wo er, aufgrund seines übermässigen Trinkens, 1113 verschied. Er wurde in der San Flaviano Kirche gegenüber des Hauptaltars begraben und hinterließ als Dank für die Bewirtung der Stadt seine gesamte Habe, unter der Bedingung, daß einmal im Jahr Wein über sein Grab gegossen werde. Der Knecht Martin ließ zu Füssen der Grabplatte des Defuk folgenden Spruch eingravieren: Hier ruht mein Herr, verstorben weil er zu viel EST!EST!!EST!!! getrunken.

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Wer war Defuk wirklich?

Wir wissen, Legende mal beiseite gelassen, daß sich die Geschichte erst etwa ab 1550 verbreitet und das das einzig Sichere an der Erzählung der Ort ist an dem sich die Ereignisse zugetragen haben sollen: Montefiascone.

Die Legende erfreute sich großer Popularität in ganz Europa, und ist, trotz einiger Varianten (vor allem was den Namen und die Herkunft des sich zu Tode gesoffenen angeht) relativ unverändert erhalten geblieben.
Vor ein paar Jahren habe ich versucht aus dem Traditionsgehege auszubrechen und eine Antwort auf die Frage nach der Identität des in der San Flaviankirche begrabenen Person zu finden. Der Zugriff auf erst vor kurzem digitalisierte und somit über das Internet zugängliche, in öffentlichen und verschiedenen privaten Bibliotheken aufbewahrte Dokumente, haben mir die Nachforschungen sehr erleichtert. Wer war dieser Defuk? Sicher ist, und da sind sich alle Historiker einig, war er kein Mitglied der Familie Fugger (die geschichtlich erst ab 1367 in Augsburg von sich reden macht. Anm. d. Redaktion). Ein Vergleich mehrerer Grabplatten aus der Zeitspanne von 13. -16. Jhrh. lassen das vermeintliche Defukgrab stilistisch in die Zeit von 1200 – 1300 einordnen. Die beide Trinkpokale rechts und links des Kopfes, aus dem Material des ursprünglichen Kissens gemeißelt, gelten als nachträgliche dilettantische Hinzufügungen. Die Grabinschrift die den EST!EST!!EST!!! angeht und Defuk zitiert gehört zudem nicht zur eigentlichen Grababdeckung sondern ist in eine getrennte Peperinosteinplatte gemeißelt. Auch die ursprüngliche Position des Grabes, direkt gegenüber des Hauptaltars (das viele darüber Hinweggehen oder mutwilliger Eingriff hat leider die original Grabinschrift unlesbar gemacht) von San Flaviano lassen auf die Grabstätte einer äußerst wichtigen Person schließen und sind mit der Idee eines religiösen Trunkenboldes ohne geschichtliche Relevanz inkompatibel.
Wenn an der Geschichte also etwas dran sein sollte müsste sich eine historisch belegbare und wichtige Person finden lassen, die in dem obengenannten Grab ihre letzte Ruhestätte gefunden hatte.

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Ein gewaltsamer Tod – ein posthumes Begräbnis?

Endlich, nach längerem Durchwühlen unzähliger Dokumente, dem Vergleich des auf der Grabplatte des besagtem Defuk dargestellten Wappen mit den verschiedensten Adelshäusern, die in irgendeiner Weise mit Montefiascone zu tun gehabt hatten, ein Lichtblick der es erlaubte eine Hypothese aufzustellen. Während eines Aufenthaltes in Salzburg entdeckte ich ein Wappen, das mit dem des vermeintlichen Defukgrabes in San Flaviano identisch zu sein schien. Das Wappen Eberhards II von Regensburg, Erzbichof von Salzburg und Gründer des Erzbischoftums Salzburg. Zudem ist die Präsenz Eberhards in Montefiascone mehrmals in Dokumenten belegt. Montefiascone war damals eine obligatorische Station für alle aus dem Norden kommenden Reisenden auf dem Weg nach Rom. Eberhard ist nachweislich 1201, (anläßlich seiner Amtsbestätigung seitens des Papstes), 1202 (in diplomatischer Mission) sowie mehrmals zwischen 1227 und 1230 nach Rom gereist und somit an Montefiascone vorbeigekommen. Außerdem war er 1210 als Begleiter Otto IV in Italien, der genau in Montefiascone sein Hauptquartier aufgeschlagen hatte und befand sich auch 1245, als ihn die Exkommunizierung seitens von Papst Innozenz IV traf, mit Friedrich II von Hohenstaufen in Italien. Eberhard stirbt 1246 und wird für 42 Jahre in Radstadt “geparkt” bis er 1288 vom neuen Erzbischof von Salzburg Rudolf I, nach posthumer Aufhebung der Exkommunizierung, in der Kathedrale von Salzburg beigesetzt wird. Eberhards Onkel mütterlicherseits war (wie Eberhard selbst 1210 in einem offiziellen Dokument angibt) der Bischof Walter Truchsess von Waldburg und gehörte also dem sehr einflußreichen Haus der Tanne-Waldburg an, die als Ministerialien an die Familie der Hohenstaufen gebunden waren. Bei dem Toten in San Flaviano mußte es sich also um einen engen Verwandten des Erzbischofs und um ein Mitglied des Hauses Tanne-Waldburg handeln. Hier stossen wir auf Herzog Friedrich von Tanne, kaiserlicher Vasall von Philipp I von Hohenstaufen, und Bruder des Eberhard von Tanne-Waldburg (1170–†1234) der als eigentlicher Stammvater des Hauses Waldburg gilt. Es ist Ende September 1197, Friedrich von Tanne ist mit Philipp I, dem jüngeren Sohn von Friedrich Barbarossa in Montefiascone als die unerwartete Nachricht des Todes dessen Bruders bei Messina, des Kaisers Heinrich VI, eintrifft. Die Kunde löst im Lande und in Montefiascone stauferfeindliche Tumulte aus und mehrere Gefolgsleute Philipps I. werden erschlagen. Unter ihnen auch Friedrich von Tanne.

L'episodio della morte di Friedrich von Tanne a Montefiascone da "Geschichte des furthlichen Hauses Waldburgin Schawaben"
L’episodio della morte di Friedrich von Tanne a Montefiascone da “Geschichte des furthlichen   Hauses Waldburgin Schawaben”
Handelt es sich um eine posthume Bestattung des Friedrich von Tanne durch seinen Verwandten Eberhard von Waldburg? Die Vermutung liegt Nahe. Die Tanne – Waldburg waren nicht irgendeine Vasallenfamilie der von Hohenstaufen. Konrad von Tanne, der sich nach seiner Burg Konrad von Winterstetten nennt und Erzieher Heinrich VII.  und enger Vertrauter dessen Vaters Friedrichs II. ist, ist ein mutmasslicher Sohn unseres Friedrich von Tanne.

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a “Damnatio Memoriae” und die geheimnisvollen Verweise auf Friedrich II

Die Geschichte scheint also in höchsten Maße nicht nur an das Haus der Tanne-Waldburg gebunden zu sein sondern vor allem auch an die Geschicke der Kaiserfamilie, der von Hohenstaufen und an dessen letzen Kaiser. Friedrich II, Stupor Mundi, das Staunen der Welt, so gefährlich für die politischen Interessen der Kirche, das er auch noch nach seinem Tode mitsamt seiner Entourage, zur der natürlich auch die Tanne Walburg gehörten, einer unerbittlichen Damnatio Memoriae, (einer demonstrativen Tilgung des Andenkens an seine Person) unterliegt.  Der Enfluß des Kaisers, auch innerhalb des Klerus mag der Grund sein warum aus welchen Gründen auch immer, jemand in Montefiascone versucht hat diese “Damnatio Memoriae” zu verwässern. In der Tat, wer sich in der San Flaviano Kirche genauer umsieht kann eine Anzahl von Indizien entdecken die auf Friedrich II. verweisen, von dem wir wissen das er im September 1234 in Montefiascone halt gemacht und hier ein wichtiges Dokument verfasst hat. Umstand der sicherlich die an der Flaviano Kirche arbeitenden Künstlern als Anregung gedient haben könnte. So scheint die ikonografische Darstellung des Kaisers auch als Modell in dem Abbild auf der Grabsteinplatte gedient zu haben wie die Ähnlichkeit mit anderen offiziellen Abbildungen des Kaisers andeuten läßt. Selbst die beiden nachträglich eingefügten Kelche auf der Grabplatte scheinen auf die Stauferfamilie zu verweisen. So bedeutet Stauf in altdeutsch Kelch und das Wappen der Hohenstaufer zieren 3 Kelche…. In San Flaviano befindet sich auch ein Fresko mit den drei Lebenden und den drei Toten, eine im 11. Jahrh. aufkommende Legende wahrscheinlich arabische Ursprungs die als Variante des Memento mori (lat. ‚Gedenke des Todes‘) gilt. Das interessante an der Figurengruppe, von der wir in Italien bisher etwa 14 Abbildungen kennen, ist das nur 2 davon, die aus Melfi und die aus San Flaviano an die nordeuropäische/französische Variante anlehnen (drei Kavaliere während der Jagd treffen auf drei Tote) während die meisten Abbildungen die “italienische Version” (ein Einsiedler führt drei Jünglinge zu den in ihren Särgen liegenden Leichnamen) interpretieren. Die Version aus Melfi wird 1993 von dem napoletanischen Kunstkritiker Raffaele als verstecktes Familenportrait der Stauferfamilie gedeutet. Friedrich II., seine Ehegattin Isabel von England und sein Sohn Konrad IV. (aus der Ehe mit Jolande de Brienne). Und auch die Version aus San Flaviano, die zuviele Anspielungen und Indizien versteckt um zufällig zu sein, könnte ein verschlüsseltes Familienportrait des letzen Staufenkaisers darstellen. Eine posthume Huldigung oder eine Mahnung an dessen “Superbia”. Wenn man bedenkt, daß in Viterbo sämtliche Bauwerke Friedrich II. bis auf die Grundmauern abgetragen wurden und die Steine nicht einmal mehr für andere Bauten wiederverwendet werden durften, damit auch wirklich nichts mehr an den Teufel von einem Hohenstaufen erinnern könne, eine gewagte Behauptung. wenn sich meine These des posthumen Familienpotraits als haltbar erweisen sollte, hätten wir mit diesen Zeugnissen in der San Flaviano Kirche ein wirklich außergewöhnliches künstlerisches und geschichtliches Zeitdokument.
stemma di Defuk
stemma di Defuk

Geschrieben von Quinto Ficari Übersetzung Michele Metz